Chiara ha scelto di lasciare Molfetta e trasferirsi a Bologna. Per tornare nella sua terra deve percorrere 642 Km.

“ARRIVEDERCI AMORE CIAO, CHI SE NE VA, CHE MALE FA?”

Cara dolce Aritmia, cari dolci compagni di sole, di mare, di terra,

scrivo con delle timide lacrime che segnano il mio volto sereno, delle goccioline che scendono giù dopo aver letto i bei racconti pubblicati, legati da un sottilissimo e fortissimo filo di nostalgia.

Un giorno, a Londra, ho incontrato un ragazzo portoghese a cui ho chiesto cosa fosse precisamente la saudade, lui mi ha risposto dicendomi che la parola letteralmente significava nostalgia ma che precisamente si utilizzava per descrivere quel sentimento malinconico che appartiene a chi lascia la propria terra per cercare di migliorare la sua vita, per trovare fortuna come dicevano i nostri nonni.

Vedo gli occhi di chi torna, vedo gli occhi di chi parte e li rivedo nello sguardo consumato e stanco degli anziani che ricordano la loro gioventù, dei vecchi che conservano quella rassegnata malinconia che fa loro saggi, ma con un balzo verso l’entusiasmo, rivedo gli stessi occhi nello sguardo curioso dei bambini che scoprono qualcosa di nuovo.

Quando ho scelto la prima volta di andare via da Molfetta, l’ho fatto con l’entusiasmo e l’incoscienza che caratterizza le prime volte. Ho scelto di andare via perché qualcosa dentro di me stava cambiando, perché ho sentito un irrefrenabile bisogno di vedere altro. Di conoscere altro. Altro che qui non c’era. Altro che non c’è in nessun posto del mondo se quel posto del mondo è casa tua.

Quell’altro che mi ha entusiasmato, spaventato, emozionato diventando parte indivisibile di me. Quell’altro, che mi ha cambiato la vita.

E così, ho fatto le valigie e spaventata e spaventata e ancora spaventata ho preso un treno, poi un aereo, poi un treno ancora e sono arrivata a Salamanca. Ho vissuto un anno intenso, un anno dalle radici profondamente spagnole. Ho conosciuto ragazzi di ogni parte del mondo che avevano le mie stesse paure e curiosità, temores, curiosidades, fears, curiosities, craintes,curiosités.

Sono tornata in una terra che mi era mancata come l’aria durante la canicola estiva, una terra che amo ma che mi ha subito dato le motivazioni giuste per ripartire di nuovo, questa volta con una consapevolezza diversa, più matura. Sono partita perché avevo perso tutti gli stimoli che solo l’inefficienza che, in alcuni casi, ben ci caratterizza riesce a distruggere. Sono partita alla ricerca del meglio che sentivo di meritare, che onestamente, sento di meritare.

Capire le motivazioni che ti spingono con violenza verso terre straniere è il vero patimento che l’emigrante vive. Capirle, riconoscerle e accettarle è il vero lavoro che potrà portarci a migliorare la nostra terra al nostro ritorno, se ci sarà ritorno. La censura morale del bell’addio potrebbe mai impedirmi di scrivere che me ne sono andata perché volevo crescere diversamente dalla gente schiava e vittima della mediocrità borghese, della noia e dei pettegolezzi, che non sa cosa ci sia ad un metro dal suo naso e si permette di giudicare ciò che considera diverso solo perché non si conforma alle regole benpensanti di una città che gode di intellettuali passati gloriosi, dalla gente così tremendamente annoiata da inscatolare completamente il proprio cervello? Non è, sia chiaro, una spietata e adolescenziale critica priva di consapevolezza . Conosco bene il valore che caratterizza molte delle persone che affollano le strade molfettesi, e credo fermamente nel relativismo. Nella vita. Nelle critiche e nelle lodi.

No, amici miei, la presunzione non centra. Non centra neanche l’ambizione, è solo l’inaccettabile disagio dei mal servizi, l’inaccettabile accettazione di una vita senza diritti, l’inaccettabile provincialismo che mi rende felice della mia scelta. E così dopo tre anni, dopo molte incertezze, debolezze e ripensamenti sento che la mia formazione accademica merita il meglio, merita Bologna.

Valigia alla mano, stasera si riparte. Si va al NORD.

Un saluto, con quel tremendo nodo alla gola che non va né su, né giù, con quel gelo nel cuore a cui non ci si abitua mai, ai vecchi e ai nuovi amici, rocce e scoperte, alle Macerie che ancora una volta ci hanno regalato notti all’insegna di note ribelli sotto le stelle corteggiate dagli ulivi, ai vecchi amori, noiose e stabili certezze … e a quelli nuovi, divertenti istanti di incoscienza, al Salento che anche quest’anno ci ha accolto come solo lui sa fare … alla mia famiglia, croce e delizia della mia vita.

Un saluto alla mia terra e a quest’ “ estate che vorrei potesse non finire mai”. Arrivederci Molfetta, “ Arrivederci amore ciao, chi se ne va che male fa?”