Tornano i racconti in occasione dell’esperienza al MEDIMEX.
Lella è tornata a Molfetta dopo una lunga esperienza all’estero.
Sono andata via da Molfetta alla vigilia dei miei 23 anni, il 5 ottobre 2003 a 48 ore dalla mia laurea in Lingue. Trascinavo due grosse valige, non certo di cartone, ma ultra hi-tech e rigide abbastanza per contenere sogni, ricordi, paure, entusiasmo e una scorta di taralli e olio d’oliva per affrontare il grigio inverno londinese. A Londra ho lavorato come lettrice di lingua italiana per un intero anno scolastico e condotto ricerche in anglistica. Ho poi vinto una borsa di studio per il dottorato di ricerca in Traduzione presso l’Università di Bari che mi ha permesso di continuare a viaggiare tra Londra e Dublino per periodi più o meno lunghi, certa di poter tornare nella ‘mia città’ a respirare il mare e a svegliarmi con il profumo dei fioroni appena raccolti. All’estero, prima come dottoranda, poi come assegnista di ricerca, ho frequentato seminari, partecipato a convegni, condotto ricerche, fatto incontri, coltivato relazioni; qui a Molfetta, da cittadina innamorata della sua terra, ho collaborato come volontaria con associazioni locali per la valorizzazione del territorio e la promozione turistica: le guide al centro storico, le manifestazioni al Pulo, i laboratori con le scuole. Ogni mia partenza è sempre stata quasi un antidoto alla voglia di arrendersi di fronte difficoltà che inevitabilmente qui incontravo ad ogni mio ritorno: istituzioni assenti, aporia politica e culturale, nepotismo, ingiustizie dilaganti, sistema universitario che investe su di te denaro e tempo, ma poi t’imbriglia nella trappola del dare senza ricevere. Allora il rischio è che venga meno l’entusiasmo, il desiderio di crescere e soprattutto di conoscere. Ma questo è un rischio che non può permettersi chi coltiva e trasmette conoscenza.
Oggi insegno inglese negli istituti superiori di Molfetta e provincia, traduco e collaboro con la facoltà di Lingue di Bari con contratti precari che offendono la dignità del lavoro intellettuale e di chi ha investito tanto in formazione e ricerca. La tentazione di riaprire le valige hi-tech e ripescare i vecchi sogni per realizzarli lontano da qui è sempre fortissima, ma poi entro in classe, guardo i mie alunni tanto collerici quanto indifesi e penso che il mio posto sia qui, con loro e per loro. Nonostante le strutture fatiscenti, un lavoro mai certo, l’arroganza dei superiori e il parassitismo dei colleghi. Ci stanno togliendo tutto, ma non riusciranno a toglierci l’entusiasmo e la voglia di provarci. Ho grande stima per chi, inseguendo un futuro (migliore), è andato via di qui. Sono le persone a me più care, mio fratello, le mie migliori amiche, vecchi compagni di scuola e delle pasquette in campagna. Saperli lontani mi rattrista spesso, ma condividere i loro successi è la gioia più grande.
Che dire invece di chi rimane, ma non c’è?
Chi cammina e non passeggia, chi vede e non osserva, chi parla e non comunica?
Che dire di chi non difende i propri spazi?
Chi si accontenta di trascorrere il w-end in famiglia tra l’Outlet e la Mongolfiera invece di rivendicare il diritto al giardinetto di quartiere?
Chi ha reso i nostri scogli posacenere salati?
Chi usa e abusa del clacson e di volgarità in auto contro pedoni o ciclisti, costretti a fare lo slalom tra fossi e buche?
Chi la domenica occupa il nostro lungomare con auto in terza e quarta fila?
Chi si vanta del posto in banca che lo ha reso vassallo del potente di turno, laico e non?
Sono loro che sono andati via prima di tutti e mai torneranno.











