Paulo vive e studia a Siena e ha un punto di vista diverso. Per tornare nella sua terra deve percorrere 637 Km.

Quando m’hanno chiesto di contribuire con il mio vissuto da emigrante al blog, sinceramente ero abbastanza riottoso, perché sapevo già di dovermi calare negli scomodi panni del bastian contrario. Scorrendo col mouse ho letto tanta verità ed emozione, ma anche una buona dose di retorica e ipocrisia. E più che portare la mia esperienza, non molto dissimile dalle altre, vorrei spendere alcune parole su questo. Da molti post sembra che la morale da estrapolare sia che la sfiga ci ha fatto nascere in provincia. A me vien da dire che magari è proprio questo un pensiero un po’ provincialotto. “Da qua se ne vanno tutti” cosa vorrebbe dire, che Molfetta sta pian piano morendo perché le forze migliori l’abbandonano? Che questo abbandono è indotto e non c’è altra via d’uscita? Se nonostante il rammarico potrei assentire alla prima, ciò mi riesce più difficile con la seconda.

Mio nonno è andato in Venezuela perché qui non poteva mangiare. Quello che guadagnava lo infilava in una busta e lo inviava a sua moglie qui a Molfetta. Lui non l’avrebbe mai lasciata, se ne avesse avuta la possibilità avrebbe continuato a spaccarsi i reni in campagna. Ma evidentemente ciò non bastava per la sussistenza. Oggi la situazione è un po’ diversa: per fortuna, fatte le dovute e tristi eccezioni, a Molfetta non si patisce più la fame. E allora perché si emigra? Dal canto mio posso dire che l’ho fatto volontariamente, perché penso sia il modo migliore per crearsi un’ampia apertura mentale; perché la mia città langue nell’ignoranza, nella maleducazione e nel malaffare, e per altri motivi giustamente sollevati dai post precedenti. Tutto giusto, tutto sacrosanto. Non per questo mi sento nella condizione di potermi lamentare: se tenessi davvero alla mia città dovrei rimanerci, rimboccarmi le maniche e cercare di cambiare le cose. Invece vado via in cerca di un mondo migliore, lasciando nella merda i miei concittadini.

In questo blog la maggioranza di chi finora vi ha contribuito (spero di non sbagliarmi) è rappresentata da studenti e laureati in cerca di un impiego degno della loro “condizione” (che, per loro fortuna, hanno trovato). Provocatoriamente dico che proprio queste persone non possono considerare il loro come un “abbandono indotto”.

Se si sceglie la via dell’università, è bene che si scelga il meglio sulla piazza (a seconda delle disponibilità, ovviamente). Ogni polo universitario, se stiamo parlando di questo, ha il suo fiore all’occhiello ed è semplicemente assurdo pensare che dappertutto si faccia tutto e allo stesso livello: per quanto mi riguarda, studio a Siena perché qui c’è la migliore offerta in Italia nel campo che m’interessa. Se il CISCL fosse presente e attivo a Bari, non mi sarei mosso. Il vero problema, a mio parere, lo si riscontra laddove si opta per una destinazione altra non per le sue peculiarità che a Bari mancano, ma solo per scappare dalla noia e dall’asfittico provincialismo che si respira dalle nostre parti (e da cercare oro a volte si trovan patacche!).

Passando a discorrere dei laureati che partono, qui potrei sembrare impopolare, ma spero di non venir frainteso. Non ho i numeri alla mano, ma penso che tutti i laureati in giurisprudenza, o in lettere o in ingegneria (o qualche altra facoltà inflazionata) siano semplicemente troppi per una realtà piccola come Molfetta (e, aggregando i dati dalle altre cittadine, per l’intera Terra di Bari). E se si è in esubero, le soluzioni che si presentano sono essenzialmente due: emigrare o accettare in loco lavori non proprio edificanti rispetto all’alta ed eccellente formazione (ma chi vale davvero il lavoro consono lo trova sempre… o perlomeno si spera che sia così). Per farla breve, cosa dico? Che tra le mie conoscenze ci sarà un solo agricoltore, non v’è traccia di pescatori o falegnami, ma abbondano i dottori (io il primo!). Bisogna rivalutare le ricchezze del territorio, leggevo in un altro post… e invece bruciamo i risparmi sudati di una vita dei nostri genitori per ottenere lauree che, visti i tempi che corrono, sono in verità carta straccia. Lungi dall’attaccare e criticare il sacrosanto diritto all’istruzione, cerco di individuare il problema: certe maestranze oggi vengono viste come indecorose. La radice è culturale: ci si vergogna di essere contadini, pescatori e intrecciatori di vimini. Così, la flotta molfettese (provo a citare a memoria da un saggio economico sulla nostra città ad opera di una persona a questo blog molto nota) dalla fine degli anni ’80 in poi ha perso circa un centinaio di unità o forse più (e vuoi vedere che sono tutti ‘sti dottori in esubero?!). Intanto, a tappare i buchi ci pensa un mio amico senegalese. (Ma un laureato in agraria potrà mai davvero trovarsi disoccupato in Puglia?) Si va via, dunque, per ambizione. E l’ambizione è legittima, ma pur sempre, in fondo, un po’ egoista. Essa cozza con la voglia di restare nella propria cittadina natia, non prevede già “per statuto” la provincia: pensate a un aspirante regista che si trasferisce a Los Angeles o un jazzista a New York, come biasimarli se si sentono nelle corde le potenzialità per emergere e ci provano proprio lì, dove gira tutto. Se vogliamo, rientra nel discorso dei fiori all’occhiello di qualche rigo fa. E se continuiamo in questo slancio volitivo, anche lo studente che sceglie Siena con il miraggio di un’ottima formazione rientra in questo strano dominio di enti. Diciamo che questa è una specie di emigrazione di default.

Chi potrebbe e dovrebbe davvero dire qualcosa è il cameriere e il cuoco che si carica la valigia e peregrina ramingo “per stagioni”; lo stuccatore il carpentiere e l’edile che si fa venti giorni sulle impalcature in Lombardia e una settimana giù dalla bambina appena nata; il montatore di stand fieristici che si mette al volante del furgone a Molfetta e alza il culo solo una volta arrivato a destinazione (che sia Parigi o Anversa) o quel mio amico idraulico che tra un po’ se ne andrà in Australia, per guadagnarsi (ma letteralmente!!) le credenziali all’ottenimento del mutuo dalla banca per costruirsi una famiglia con la donna che ama a MOLFETTA. Io la mia vita la vedo in una villetta a Tenerife, invece. L’ultimo problema che a questo proposito voglio sollevare è che, come purtroppo succede costantemente, a queste conversazioni questi tipi umani non partecipano quasi mai, siamo noi e noi che ce la cantiamo e suoniamo da soli, perché tra “noi” e “loro” si erige un brutto muro culturale e, per snobismo da un lato e recalcitrante vergogna dall’altro, l’incontro stenta ad avvenire.

In definitiva, non sto criticando tutti i post pubblicati (alcuni parlano delle loro esperienze molto lucidamente) ma quelli che versano lacrime, sperando che questa valle si prosciughi…